<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Metasmart &#187; Qualità della vita</title>
	<atom:link href="http://metasmart.net/index.php/category/qualita-della-vita/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://metasmart.net</link>
	<description>METASMART: la nuova iniziativa on-line di Meta Formazione. Per il tuo lavoro, per la tua vita…  per te!</description>
	<lastBuildDate>Fri, 16 Oct 2009 07:03:37 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.8.5</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>FORMAZIONE: IL FUTURO E&#8217; GIA&#8217; QUI</title>
		<link>http://metasmart.net/index.php/2009/04/20/formazione-il-futuro-e-gia-qui/</link>
		<comments>http://metasmart.net/index.php/2009/04/20/formazione-il-futuro-e-gia-qui/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2009 22:39:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Bettenzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Qualità della vita]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://metasmart.net/?p=76</guid>
		<description><![CDATA[&#8220;E&#8217; più facile perdere un regno che un&#8217;abitudine!&#8221; ha detto Enrico IV.
Aveva ragione: le abitudini, soprattutto quelle cattive, sono dure a morire e la formazione dovrebbe servire proprio a superare questa resistenza. Il che equivale a dire che per imparare bisogna prima disimparare. Ma la formazione, quella che abitualmente si fa nelle Aziende nell&#8217;area delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;E&#8217; più facile perdere un regno che un&#8217;abitudine!&#8221; ha detto Enrico IV.<br />
Aveva ragione: le abitudini, soprattutto quelle cattive, sono dure a morire e la formazione dovrebbe servire proprio a superare questa resistenza. Il che equivale a dire che per imparare bisogna prima disimparare. Ma la formazione, quella che abitualmente si fa nelle Aziende nell&#8217;area delle vendite, del management e della comunicazione, si pone questi obiettivi? E riesce a raggiungerli? Le persone cambiano veramente i loro comportamenti? <span id="more-76"></span></p>
<p>Questo è ciò che si attende chi investe in formazione, ma talvolta, quando si va a verificarne l&#8217;efficacia, è inevitabile rendersi conto che non di un investimento si è trattato, bensì semplicemente di un costo.</p>
<p>A che cosa si deve questa delusione, che spesso ha un prezzo, in denaro ed energie, molto elevato?<br />
Il più delle volte la si deve a tre fattori:<br />
Il primo: la formazione ha semplicemente trasmesso principi assolutamente condivisibili, ma non ha influito sul modo di vedere la realtà, non ha modificato l&#8217;atteggiamento mentale delle persone, che dunque non si sono sentite motivate a mettersi in discussione e impegnate a cambiare in modo duraturo i loro comportamenti.<br />
Il secondo: tra il dire e il fare&#8230; Ovvero: la formazione è stata teorica, poco più che esortativa, senza collegamenti con la realtà e con la pratica. E&#8217; mancato un &#8220;piano d&#8217;azione&#8221;, ossia un programma personalizzato redatto in aula da ciascun partecipante, nel quale si potesse identificare con precisione, a fronte di quanto appreso, il cosa fare, quando farlo e con chi.<br />
Il terzo: non c&#8217;è stata, durante il percorso formativo, un&#8217;esigente verifica dei risultati. Si è dato per scontato che i partecipanti al training avessero messo in pratica quanto appreso con successo e dunque si è proseguito nel percorso formativo come se tutto avesse funzionato alla perfezione. Quando ci si è accorti che le cose non erano andate come ci si attendeva, era ormai tardi.<br />
Una delle ragioni per cui, in molti casi, i grandi e affascinanti temi della qualità e del miglioramento continuo non hanno rivoluzionato e permeato come si sarebbe voluto il modo di lavorare,  risiede nel fatto che la formazione si è limitata troppo spesso a trasmettere dei principi, delle regole, talvolta delle esortazioni, ma non ha indotto le persone ad allenarsi sul campo e, mancando l&#8217;allenamento e la riflessione che ne consegue, non ha modificato gli atteggiamenti mentali. Ciò, inevitabilmente, ha lasciato inalterati i comportamenti.<br />
Le persone sono state &#8220;sensibilizzate&#8221;, come spesso si dice in ambito formativo, con l&#8217;illusione che ciò possa assomigliare a un risultato; hanno capito che cosa significhi modificare un comportamento finalizzato a migliorare la qualità di un prodotto o di un servizio, ma non hanno imparato ad agire in modo coerente, per esempio dal punto di vista di una maggiore efficacia nella guida delle persone, nella comunicazione, nella relazione con il cliente, nello sviluppo delle sinergie.<br />
In futuro, sia in Italia che in Europa,  si farà sempre più formazione e la possibilità di verificarne l&#8217;efficacia assumerà un valore sempre più determinante.</p>
<p>La posta in gioco sarà la credibilità: alla formazione si chiederà di produrre risultati che sia possibile verificare anche a breve termine.<br />
Si vorrà che i venditori vendano fin da subito di più e meglio; ci si attenderà che i capi ottengano dai loro collaboratori livelli più elevati e confrontabili di produttività e di qualità; si misurerà in maniera sempre più attendibile l&#8217;efficacia di una riunione o di un lavoro di gruppo; si osserveranno i comportamenti degli addetti all&#8217;assistenza clienti traendone valutazioni oggettive.<br />
I consulenti che operano nella formazione con principi di elevata professionalità non possono non essere perfettamente consapevoli di tutto ciò e nello stesso tempo, se sono in grado di affrontare il cambiamento e adeguare le loro competenze alla complessità, possono guardare con fiducia al futuro. Ma quali sono le capacità che un buon consulente deve sviluppare per fare formazione di qualità? In che cosa consiste il valore aggiunto che egli sa esprimere?<br />
Consiste innanzitutto nel risvegliare nelle persone le potenzialità e l&#8217;energia che esse  posseggono e di cui non si sono ancora rese consapevoli. Non si tratta perciò di riempire dei vasi vuoti, ma di tirar fuori da dei vasi pieni ciò che essi, almeno in larga parte, già contengono. Il lavoro di un formatore di successo, più che a quello di un docente, assomiglia a quello di un allenatore che, mostrando concrete possibilità di cambiamento e di azione, stimola e spinge al raggiungimento di traguardi sempre più elevati.<br />
Un buon formatore pone una cura estrema nella personalizzazione dei percorsi formativi: sa che la formazione funziona se è trasferibile &#8211; e se lo è fin da subito &#8211; nella realtà ordinariamente vissuta da chi ne fruisce.<br />
Parla poco e fa fare molto. E&#8217; infatti consapevole che ciò che si impara facendo rimane &#8211; perché nulla può sostituire l&#8217;esperienza vissuta &#8211; a differenza di ciò di cui si è soltanto visto o sentito parlare.<br />
Mobilita energia positiva. Le persone imparano meglio se trovano divertente ciò che si chiede loro di fare. La &#8220;serietà&#8221; in aula non consiste nel fare quel che c&#8217;è da fare in un clima di cupa austerità. D&#8217;altro canto, la positività non è quel lassismo che consente a chiunque di fare o dire qualsiasi cosa, fino a sfilacciare il tessuto della giornata di formazione. Un buon formato è &#8220;autorevolmente positivo&#8221;: crea occasioni di divertimento, ma non permette che la tensione all&#8217;impegno subisca cedimenti.<br />
Non si pone come un maestro, ma come un moderatore. Una delle principali tentazioni cui può andare incontro chi svolge l&#8217;attività di formazione consiste nell&#8217;atteggiarsi a &#8220;guru&#8221; e dispensare dottrina come se stesse elargendo diamanti. Se questo soddisfa il delirio di onnipotenza di qualche formatore, non procura certo grandi benefici a chi lo paga.<br />
Chiede rapidi e concreti cambiamenti &#8211; e altrettanto concreti risultati &#8211; ai partecipanti ai suoi training. Pretende molto da loro e, come spesso capita a chi ha questa abitudine, lo ottiene.<br />
Verifica in modo puntuale ed esigente i risultati conseguiti e lascia ai partecipanti spazi temporali significativi per sperimentare quanto appreso e consolidare i nuovi comportamenti.<br />
Nella consapevolezza che non si può dare ciò che non si possiede, dedica una parte consistente del suo tempo all&#8217;autoformazione. Studia con passione ed è costantemente alla ricerca di ciò che può rendere più efficace la sua attività e facilitare l&#8217;apprendimento delle persone che si affidano a lui.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://metasmart.net/index.php/2009/04/20/formazione-il-futuro-e-gia-qui/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>FUORI O DENTRO DI NOI LE CAUSE DELLO STRESS?</title>
		<link>http://metasmart.net/index.php/2009/04/12/fuori-o-dentro-di-noi-le-cause-dello-stress/</link>
		<comments>http://metasmart.net/index.php/2009/04/12/fuori-o-dentro-di-noi-le-cause-dello-stress/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2009 22:39:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Bettenzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Qualità della vita]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://metasmart.net/?p=78</guid>
		<description><![CDATA[Che cosa ci procura stress? &#8220;Questo lavoro mi stressa&#8230;&#8221; &#8220;Lui mi stressa&#8230;&#8221; &#8220;Questa storia mi ha stressato&#8230;&#8221; Quante volte abbiamo pronunciato o ascoltato frasi come queste? Che cosa c&#8217;è di vero e di sensato in questo modo di esprimersi? Gli eventi esterni, i comportamenti di altre persone, i problemi e le difficoltà in cui ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che cosa ci procura stress? &#8220;Questo lavoro mi stressa&#8230;&#8221; &#8220;Lui mi stressa&#8230;&#8221; &#8220;Questa storia mi ha stressato&#8230;&#8221; Quante volte abbiamo pronunciato o ascoltato frasi come queste? Che cosa c&#8217;è di vero e di sensato in questo modo di esprimersi? Gli eventi esterni, i comportamenti di altre persone, i problemi e le difficoltà in cui ci imbattiamo hanno veramente la possibilità di indurre ansia e stress, oppure siamo noi che conferiamo a questi agenti un simile potere?<br />
Qualcuno ha scritto che non sono le cose che ci accadono che ci procurano stress, ma l&#8217;interpretazione che noi ne diamo. Si tratta di un&#8217;ipotesi in prima battuta difficile da accettare e tuttavia ognuno di noi ha avuto più volte l&#8217;occasione di verificarne personalmente la fondatezza. Quante volte, infatti, ci è capitato di percepire e di vivere in modo radicalmente diverso situazioni del tutto simili? La stessa situazione o lo stesso problema, affrontati in un contesto diverso, con una predisposizione diversa oppure in un momento diverso, possono provocare stress o esserci pressoché indifferenti.<span id="more-78"></span></p>
<p>Che cosa significa questo? Significa appunto che non sono gli eventi in sé che ci condizionano, ma è la percezione che noi ne abbiamo. E noi siamo liberi di mutare, se lo vogliamo, la nostra percezione? Fondamentalmente si, anche se non è facile. Siamo liberi di cambiare il nostro modo di vedere una persona e dunque di rapportarci ad essa, così come siamo liberi di vivere un evento attribuendogli significati diversi. Consideriamo, per esempio, il modo in cui la maggior parte di noi vive il successo o l&#8217;insuccesso. Tutta la nostra vita di imprenditori, di manager, di venditori si gioca, inevitabilmente, sulla dimensione del risultato e guai se così non fosse. I termini secondo i quali siamo abituati a ragionare, ad esprimerci e a classificare le nostre esperienze sono quelli di &#8220;risultato positivo&#8221; o &#8220;risultato negativo&#8221;. Dal punto di vista del linguaggio, queste modalità di espressione sono ineccepibili: se un progetto, un&#8217;idea, un programma hanno funzionato si dirà che il risultato è stato positivo, altrimenti che è stato negativo. Il risultato positivo ci provoca soddisfazione, desiderio di riprovarci, magari puntando ancora più in alto, mentre un risultato negativo, un insuccesso, ci provoca ansia, timore, caduta dell&#8217;autostima, stress.<br />
Se dal punto di vista del linguaggio le cose sono abbastanza semplici, e in fondo è bene che lo siano altrimenti prima o poi non riusciremmo più a comunicare, esse diventano un po&#8217; più complesse dal punto di vista delle diverse interpretazioni mentali che possiamo dare ai risultati che otteniamo. In concreto: siamo sempre sicuri che un risultato che appare negativo possa sempre essere definito un insuccesso? Si racconta che Edison trascorresse lunghe giornate nell&#8217;inutile tentativo di creare una lampadina che rimanesse accesa per almeno qualche minuto prima di scoppiare. I curiosi che stazionavano fuori dal suo laboratorio sapevano benissimo quello che stava succedendo quando, per tutto il giorno, sentivano l&#8217;interminabile serie di scoppi che si verificavano all&#8217;interno e pare che alcuni di essi ne ridessero. Fu così che una sera, quando Edison uscì dal laboratorio, uno di questi, probabilmente in vena di scherzi, gli domandò:<br />
&#8220;Ehi, Thomas, che cosa hai inventato oggi?&#8221;<br />
E Edison, imperturbabile:<br />
&#8220;Oggi ho inventato un altro modo in cui non si inventa una lampadina!&#8221;</p>
<p>Naturalmente non possiamo pensare che un imprenditore dovrebbe ad ogni costo andare a caccia di insuccessi, perché questo potrebbe essere molto nocivo per sé e per le persone di cui è responsabile, ma possiamo riflettere sull&#8217;utilità degli errori che ci accade di commettere e sui risultati negativi ne derivano.<br />
La prima osservazione che possiamo fare, anche alla luce dell&#8217;esperienza comune a ogni essere umano, è che l&#8217;errore costituisce la via privilegiata all&#8217;apprendimento.<br />
Ognuno di noi apprende in quanto commette errori, o meglio: ognuno ha la possibilità di apprendere nella misura in cui riesce a capitalizzare i suoi errori, traendo da essi esperienze che gli permettano di evitarli, per quanto possibile, nel futuro.</p>
<p>Se la nostra visione dell&#8217;errore e dell&#8217;insuccesso diventa questa, la dimensione che errore e insuccesso assumono è più positiva e perfino più produttiva e dunque non più causa di stress, ma occasione di apprendimento e di crescita personale.<br />
Si racconta che un impiegato, dopo aver commesso un errore costato alla sua azienda parecchi milioni, si fosse presentato al proprio capo con le dimissioni in mano, ma si fosse sentito rivolgere queste parole:<br />
&#8220;Giovanotto, a causa del suo errore abbiamo appena speso una cifra non indifferente per la sua formazione. L&#8217;azienda non può permettersi che lei se ne vada proprio ora che ha imparato qualcosa di molto importante. Le sue dimissioni sono respinte.&#8221;<br />
Ciò che conta è imparare dai propri errori e saper cambiare all&#8217;occorrenza la propria strategia. Se, per esempio, non riusciamo ad ottenere una cosa, spesso è solo questione di come la chiediamo. Probabilmente la starò chiedendo nel modo sbagliato e il non ottenerla ci provoca stress. Impariamo a essere flessibili, cambiamo la nostra strategia, osserviamo i risultati provocati dal cambiamento e agiamo di conseguenza.</p>
<p>Deprimersi e andare in ansia non è una buona strategia: toglie lucidità, non aiuta a capire dove abbiamo sbagliato e per questo induce spesso a ripetere i medesimi errori.<br />
Un&#8217;altra delle maggiori cause di stress nella vita di una persona consiste nel cercare di controllare cose che, per definizione, non possono essere controllate. La convinzione di poter davvero controllare il comportamento degli altri, compresi quanti sono sotto la nostra supervisione, genera stress e sfiducia in noi stessi quando non ci riusciamo. Possiamo influenzare le persone comunicando loro le nostre aspettative circa i comportamenti positivi o negativi, ma solo loro possono decidere di cambiare il loro comportamento.<br />
A volte ci accade di focalizzarci a tal punto sulle cose che non possiamo controllare, o anche soltanto influenzare, da perdere di vista le cose che sono effettivamente alla nostra portata, quali per esempio i piccoli tentativi quotidiani che possiamo effettivamente compiere per modificare in meglio i nostri comportamenti, cosa che può produrre risultati assai più gratificanti dell&#8217;impresa, spesso inutile, di cambiare quelli degli altri.<br />
Così facendo si corre il rischio di andare ad unirsi a quella nutrita schiera di vittimisti che concentrano sempre la loro attenzione sugli altri e su ciò che essi dovrebbero fare, anziché su se stessi e su quello che &#8220;loro&#8221; potrebbero fare per migliorare le cose. E&#8217; un comportamento che D.L. Hultgren ha definito &#8220;sindrome della tazza da water&#8221;: si gira e si rigira attorno alle cose scendendo poco alla volta. Ci sono cose che possono fare solo gli altri? Certamente. Ma ce ne sono altre che possiamo fare soltanto noi. Potrebbe essere utile, quando ci sentiamo stressati e avvertiamo di essere prossimi al vittimismo, recitare questa &#8220;preghiera&#8221;:<br />
<em>&#8220;Dammi il coraggio di cambiare le cose che io posso cambiare, la serenità di accettare le cose che non posso cambiare e la saggezza di comprendere la differenza.&#8221; </em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://metasmart.net/index.php/2009/04/12/fuori-o-dentro-di-noi-le-cause-dello-stress/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>PERCHE&#8217; DOVREMMO?</title>
		<link>http://metasmart.net/index.php/2009/03/20/perche-dovremmo/</link>
		<comments>http://metasmart.net/index.php/2009/03/20/perche-dovremmo/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 20 Mar 2009 22:36:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Palermo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Qualità della vita]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://metasmart.net/?p=92</guid>
		<description><![CDATA[Fare formazione è come fare un viaggio.
Ci si chiede perché partire e quale meta prediligere. Talvolta scegliamo di visitare posti nuovi, altre volte decidiamo per mete già visitate.
Forse in passato ci è capitato di porre qualche resistenza all&#8217;idea del nostro partner o dell&#8217;amica del cuore di andare nuovamente a Capri o alle Maldive piuttosto che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fare formazione è come fare un viaggio.</p>
<p>Ci si chiede perché partire e quale meta prediligere. Talvolta scegliamo di visitare posti nuovi, altre volte decidiamo per mete già visitate.<br />
Forse in passato ci è capitato di porre qualche resistenza all&#8217;idea del nostro partner o dell&#8217;amica del cuore di andare nuovamente a Capri o alle Maldive piuttosto che sui monti dei Trentino ma poi, cedendo alle insistenze altrui, abbiamo deciso di accordare all&#8217;altro la destinazione riproposta e a fine vacanza ci siamo ritrovati soddisfatti del &#8220;già visto&#8221; e soprattutto piacevolmente sorpresi dall&#8217;aver scoperto delle novità non colte in passato.<br />
Rivedere luoghi, monumenti o persone tuttavia non sempre appaga e ciò potrebbe accadere anche nel caso delle novità. Non sempre le scelte si rivelano giuste e non sempre per ragioni legate agli altri o al territorio, quanto per la nostra capacità di esperire situazioni, luoghi e rapporti con gli altri con consapevolezza, profondità e forte motivazione a farlo. <span id="more-92"></span><br />
Frasi come &#8220;Non sono dello stato d&#8217;animo adatto&#8221;, &#8220;Questa cosa non fa per me&#8221;, &#8220;Cosa siamo venuti a fare?&#8221; o &#8220;E&#8217; tutto come da noi&#8221; ridondano nella mente di coloro che hanno delle aspettative prevalentemente rivolte verso ciò che gli altri dovrebbero fare o dire; è l&#8217;ambiente esterno che crea stati di fatto e non loro.<br />
Coloro si aspettano il miracolo ma fanno poco o niente per far sì che qualcosa accada, per essere determinati (cioè per determinare agendo).</p>
<p>Andare a visitare un parco naturale o vederlo raffigurato su alcune foto non è la stessa cosa.<br />
Non è possibile riuscire ad apprezzare la differenza che passa tra vivere intensamente un&#8217;esperienza diretta, ancorchè complicata dall&#8217;impegno che essa stessa richiede, e parlare di ciò che poi non si fa e rimane proposito inagito: ne risulta un&#8217;osservazione degli eventi passiva, immobile e d eterocentrica.</p>
<p>Ciò che appare davanti ai nostri occhi è dunque povero di significato e privo di elementi nuovi.<br />
Quello che conta non è la straordinarietà di un luogo o di un monumento, ma il modo attraverso il quale facciamo esperienza; la differenza sta nel come guardiamo il mondo, nel come ci predisponiamo a ciò che ci viene incontro o che di tanto in tanto rimane celato da una sottile coltre chiamata talora indifferenza, altre volte pigrizia, oppure eccesso di abitudine.</p>
<p>Qualcuno lo ha detto: &#8220;Il bello è negli occhi di chi guarda&#8221;.</p>
<p>Alcune delle chiavi di lettura adottabili per accedere alle possibilità che tanto il fare formazione quanto il viaggiare offrono, possono spesso essere queste:<br />
&#8220;Cosa altro c&#8217;è da imparare, ora?&#8221;<br />
&#8220;Ancora formazione?&#8221;<br />
&#8220;Tutta roba già vista.&#8221;<br />
&#8220;Con tutto quello che c&#8217;è da fare&#8230;&#8221;<br />
&#8220;Non ho nulla da imparare, se mai qualcuno deve fare corsi quello non sono io!&#8221;<br />
&#8220;Ho sempre fatto così, perchè devo cambiare?&#8221;</p>
<p>Quando si approccia ad un training e ad un trainer mossi da queste immagini mentali, poi la risposta in aula qual è?<br />
Se venisse richiesto di sperimentare, si sperimenta?</p>
<p>Il miracolo del cambiamento o del raggiungimento di un obiettivo formativo dipende esclusivamente da sé stessi.<br />
Certo, un buon percorso e un buon trainer possono facilitare le cose, ma la responsabilità sui cambiamenti ottenibili facendo formazione è solo nostra.</p>
<p>Nel momento in cui cediamo ad altri questa personale responsabilità corriamo alcuni rischi: gettare via un&#8217;occasione, sprecare tempo e dunque vita e rinforzare un atteggiamento paradigmatico di fronte alla formazione, limitato e limitante, quasi esclusivamente critico e dunque asfittico in relazione ai risultati ottenibili.<br />
Seduti in poltrona si osserva criticamente il fare e il dire del trainer, si negano spesso sani principi in ordine al &#8220;nonsipuotismo&#8221;, o al &#8220;tutto vero ma nella mia realtà non funziona perchè ho già provato&#8221;.</p>
<p>Come partire dunque?</p>
<p>Riscoprire la centralità di un semplice gesto o la ricaduta positiva nell&#8217;ambiente circostante di una semplice azione o di una giusta parola, insomma, è come un felice ritorno al passato.<br />
Ritornare ad Amalfi vent&#8217;anni dopo esserci stati in viaggio di nozze, rivedere l&#8217;amico d&#8217;infanzia dopo trent&#8217;anni di lontananza, tornare nel paese dove si è nati, è un po&#8217; come ricominciare.<br />
E quando torni alle origini ritrovi il piacere delle cose semplici, ritorni ad assaporare il gusto del particolare, recuperi l&#8217;attenzione verso quelle piccole cose che da troppo tempo non vedevi più o davi per scontate.</p>
<p>Allora tutto riacquista un suo senso profondo e riemerge il piacere di donarsi a sé stessi prima ancora che agli altri, si vive un miglioramento continuo percorrendo grandi viali noti o sentieri sconosciuti, procedendo per piccoli e grandi passi.<br />
Il gusto della scoperta non cresce proporzionalmente alla portata della novità, ma è semplicemente la spinta autogena che apre le porte al &#8220;mai fatto prima&#8221; o al &#8220;fatto troppo tempo fa&#8221; ma ormai dimenticato, al &#8220;ci provo&#8221; o al &#8220;ci voglio riprovare&#8221;.</p>
<p>Cosa dovrebbe accadere e come ci si dovrebbe comportare affinché al termine di un&#8217;esperienza formativa si possa dire che ne è valsa veramente la pena?</p>
<p>Scegliere il corso giusto non è sempre facile, e forse centrare l&#8217;attenzione sulla metodologia didattica che segue il formatore è la cosa più sensata che si possa fare, ma non è tutto.<br />
Se è vero che la metodologia applicata sta ad un percorso formativo come una buona compagnia aerea sta al viaggio verso la meta scelta, anche godere di tutte le opportunità che un viaggio può offrire sta al senso del viaggio stesso come la capacità di cogliere spunti utili alla propria persona e applicarli al lavoro sta alla ragione per cui decidere di &#8220;fare manutenzione&#8221;.<br />
Nel formarsi non sempre si riscuotono risultati immediati e proporzionati agli sforzi compiuti e tuttavia il punto è, come disse Alexander Bell:<br />
<em>&#8220;Lascia di quando in quando i sentieri battuti e inoltrati fra i boschi. Troverai certo qualcosa che non hai mai visto prima. Probabilmente si tratterà di una piccola cosa, ma non ignorarla&#8221;. </em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://metasmart.net/index.php/2009/03/20/perche-dovremmo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>CON L&#8217;ACQUA ALLA GOLA. IL DECALOGO DEL BUON NUOTATORE</title>
		<link>http://metasmart.net/index.php/2009/02/20/con-lacqua-alla-gola-il-decalogo-del-buon-nuotatore/</link>
		<comments>http://metasmart.net/index.php/2009/02/20/con-lacqua-alla-gola-il-decalogo-del-buon-nuotatore/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 20 Feb 2009 22:01:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Bettenzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Qualità della vita]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://metasmart.net/?p=74</guid>
		<description><![CDATA[Premessa:
si fa largo uso, parlando di formazione, di metafore sportive di ogni genere. Il riferimento solitamente va a tutti gli sport di squadra in cui ogni elemento dà il suo contributo per il raggiungimento di un obiettivo ambizioso.
La squadra di calcio che vince il campionato sul filo del rasoio dopo una serie di pesanti sconfitte, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Premessa:<br />
si fa largo uso, parlando di formazione, di metafore sportive di ogni genere. Il riferimento solitamente va a tutti gli sport di squadra in cui ogni elemento dà il suo contributo per il raggiungimento di un obiettivo ambizioso.<br />
La squadra di calcio che vince il campionato sul filo del rasoio dopo una serie di pesanti sconfitte, la squadra di rugby la cui determinazione rinasce ogni volta grazie ad un ballo propiziatorio o il team di piloti di aerei che grazie ad una maniacale preparazione volano all&#8217;unisono senza sfiorarsi rappresentano altrettanti simboli delle volontà di vincere insieme.</p>
<p>Il gruppo, la squadra, il team, la task force&#8230; tutti per uno e uno per tutti&#8230; E ognuno?<span id="more-74"></span></p>
<p>Ognuno, spesso, dimenticato sotto il peso della collettività.</p>
<p>Recuperare il senso dell&#8217;individualità, della responsabilità di ogni singolo componente un gruppo e della necessità di lavorare su se stessi per garantire prestazioni eccezionali di un team degno di questo nome sembra essere sempre più spesso relegato nella dimenticanza. Non è del ruolo del capo, seppure fondamentale, che vogliamo occuparci per recuperare il valore della singolarità, bensì del ruolo di ogni singola parte che compone un sistema efficace. Se è vero che il tutto costituisce qualcosa di più della semplice somma delle singole parti è altresì vero che il mal funzionamento di una parte si ripercuote sempre sul funzionamento dell&#8217;intero sistema.<br />
Se le cose stanno così, perché non spendere qualche riflessione proprio su quelle singole parti che fanno di un gruppo un team affiatato?</p>
<p>Voglio affidarmi, per recuperare il valore e il senso dell&#8217;individualità responsabile, alla metafora sportiva del nuoto e, attraverso un decalogo del buon nuotatore, provocare una riflessione su quanto ciascuno di noi può fare per migliorarsi.</p>
<p><strong>1. Nuotare non è facile. </strong><strong><br />
</strong>L&#8217;uomo è fatto per stare con i piedi per terra e non sopravvive in assenza di ossigeno, sostanza che non si trova, allo stato gassoso, nell&#8217;acqua.<br />
Può sempre &#8220;fare il morto&#8221;, ma questo è galleggiare, non nuotare.<br />
Non sono poche le persone che credono di nuotare e invece, semplicemente, galleggiano. Credono di nuotare contro corrente e invece si limitano a stare a galla in acque tiepide fatte di presunzioni, pregiudizi e falsi propositi? Si lasciano trasportare dalla corrente senza opporre resistenza per pigrizia o per mancanza di stimoli?<br />
Meglio, dunque, essere consci della fatica che comporta il vero nuoto.</p>
<p><strong>2. Tutti stanno in acqua, tutti i giorni. </strong><strong><br />
</strong>Il punto è saperci stare. Nel mondo degli affari non è raro trovare metafore che fanno riferimento all&#8217;elemento acqua per descrivere persone e situazioni.<br />
<em>&#8220;Sembra un pesce fuor d&#8217;acqua&#8230;&#8221;, &#8220;Attento a quello, è uno squalo&#8221;, &#8220;Non è un buon periodo, navighiamo in cattive acque&#8221;, &#8220;Se qualcuno non prende il timone ora rischiamo di affondare&#8221;&#8230; </em><em><br />
</em>Le profondità marine e ciò che esse contengono non sono sempre e totalmente amiche. Possono diventarlo, ma occorre conoscerle molto bene. Meglio dunque dare un&#8217;occhiata, prima di tuffarsi.</p>
<p><strong>3. I muscoli non contano.</strong><strong><br />
</strong>Il nuoto non è essenzialmente un&#8217;attività muscolare. La forza non conta; il muscolo, messo sotto sforzo, si gonfia, le sue fibre bianche appesantiscono il corpo fino a trascinarlo sul fondo. In questo modo, siamo costretti a un dispendio di energie sempre maggiore e ci ritroviamo ad annaspare.<br />
Al contrario, sono la resistenza, la concentrazione, la coordinazione e la preparazione, le chiavi per avere successo nel nuoto come nell&#8217;interpretazione del proprio ruolo in una squadra.</p>
<p><strong>4. Un concetto fondamentale. </strong><strong><br />
</strong>C&#8217;è una parola che molti istruttori di nuoto usano per spiegare quale sia il segreto dei nuotatori più forti: questa parola è <em>acquaticità.</em><em><br />
</em>L&#8217;acquaticità è la riduzione al più basso livello possibile dell&#8217;attrito del corpo con l&#8217;acqua. Per ottenerla, occorre smussare le spigolosità del corpo, che frenano la corsa. Figure affusolate, con curvature armoniche e idrodinamiche penetrano l&#8217;acqua molto meglio di corpi appesantiti e ingombranti.<br />
Accade anche nel lavoro di tutti i giorni di vedere personaggi che battagliano con realtà ostili mostrando i muscoli e forzando le situazioni in modo bislacco. Essi si stancano presto, dormono poco (e male) e sono quasi sempre arrabbiati, poiché possono testare solo l&#8217;infruttuosità dei loro sforzi. È l&#8217;esatto contrario della proattività, atteggiamento mentale secondo il quale ogni sforzo è teso alla trasformazione di situazioni sfavorevoli in situazioni favorevoli.<br />
Per contro, una persona reattiva si accanisce con rabbia contro gli eventi, ma con il suo atteggiamento manifesta soltanto l&#8217;incapacità di governarli, fino a dichiarare la propria impotenza e decidere di subirli.<br />
E allora, come intervenire sulla realtà?<br />
Possiamo affrontare la realtà, cercando di governarla, nella consapevolezza che esiste anche ciò che non possibile modificare. In altra parole, percepire attriti e ostacoli in modo realistico, con intelligenza, creatività e capacità di adattamento.</p>
<p><strong>5. Metti ordine nei pensieri e nei movimenti </strong><strong><br />
</strong>Nuotare significa stabilire un compromesso con l&#8217;ambiente nel quale si opera. In acqua non c&#8217;è ossigeno e se si vuole respirare senza mandare tutto a monte, compresa la propria incolumità, è necessaria una grande capacità di coordinamento.<br />
Nella mia attività di formatore, mi è capitato più volte di incontrare persone non perfettamente in grado di coordinare i loro pensieri e le loro azioni nella ricerca dell&#8217;ossigeno. In altre parole, lo vanno a cercare, illudendosi di trovarlo, dove non esiste. Non respirano realtà, ma illusione. Si autoingannano, raccontandosi che non sono responsabili di ciò che accade loro. Si illudono che qualcuno, o qualcosa, ma non la loro iniziativa, produrrà cambiamenti.<br />
Non hanno ancora capito che per nuotare veloci e respirare l&#8217;unico cambiamento utile consiste nel modificare il proprio modo di muoversi nell&#8217;acqua.<br />
Non inganniamo noi stessi: la sola decisione efficace e immediatamente realizzabile è quella che riguarda i nostri comportamenti.</p>
<p><strong>6. Ricordati di respirare. </strong><strong><br />
</strong>Individuare il tempo e il ritmo di respirazione in acqua non è molto facile. È possibile respirare solo in alcuni momenti. O si respira liberamente senza avanzare, oppure lo si fa di tanto in tanto, nel rispetto delle regole che l&#8217;elemento e la disciplina impongono. Entra dunque in gioco la programmazione. Programmare significa anche ritagliare tempo per se tra le priorità che dobbiamo gestire. Anche nel mondo degli affari tenere sempre la testa sott&#8217;acqua non è produttivo. Prima o poi si affoga.<br />
Conviene piuttosto rendersi consapevoli dei momenti propizi per respirare e dei momenti propizi per sfruttare la dinamica dell&#8217;acqua per avanzare.<br />
Il tempo è tutto. Il ritmo è costante. Come in una sinfonia contano le note ma ancora di più le pause. Nel nuoto conta il movimento ma ancora di più la stasi, l&#8217;intervallo tra un movimento e l&#8217;altro che ci permette di prendere fiato per immergerci con maggiore efficacia e velocità.<br />
Organizza il tuo tempo e dedicati momenti di relax per affrontare meglio il lavoro che segue.</p>
<p><strong>7. Questione di testa. </strong><strong><br />
</strong>Nel nuoto la direzione è data dalla testa. Non è la corrente, nemmeno la gambata e tanto meno la bracciata a dare la direzione. Semmai questi sono il motore per procedere. Ciò che ci permette di restare a galla o di immergerci è l&#8217;inclinazione della testa.<br />
Vi sarà capitato di sentire elogiare personaggi intraprendenti con frasi come questa: <em>&#8220;Ci sa fare, se incontra un ostacolo lo affronta a testa bassa&#8221;. </em><em><br />
</em>In acqua questo non funziona dato che se si abbassa la testa verso il fondo, semplicemente, si affonda.<br />
La testa è in linea con il corpo, dritta e chiusa nelle spalle e lo sguardo al fondo serve solo per percepire la velocità con la quale si sta nuotando.<br />
Usa la testa e non lasciarti guidare dalla corrente o dall&#8217;impeto.<br />
Fermati e pensa.</p>
<p><strong>8. Evita il conto alla rovescia. </strong><strong><br />
</strong>Guardare avanti non serve, in acqua è tutto uguale. I punti di riferimento sono sotto e per districarsi in questo ambiente è necessario guardarci dentro.<br />
Osservate i nuotatori professionisti sui blocchi di partenza, osservano per qualche istante la fine della vasca e poi sembrano chiudersi in se stessi. Memorizzano il numero di bracciate e, una volta immersi, meno pensano al momento dell&#8217;arrivo meglio è. Non effettuano conti alla rovescia di metri o bracciate che li separano dalla fine, ma spingono calcolando frequenza, si battono ogni metro contro la fatica che deriva dalla ricerca dell&#8217;automiglioramento.<br />
Non si crogiolano nell&#8217;idea che manca poco alla fine, ma danno sempre di più man mano che proseguono svelti nella loro corsia.</p>
<p><strong>9. Preparati. </strong><strong><br />
</strong>Prima di ogni gara i nuotatori analizzano le loro precedenti performance, pensano a cosa fare per migliorarle, <em>vedono </em>se stessi procedere verso il traguardo.<br />
Una volta in acqua, tutto cambia. Cambiano le immagini, si percepiscono le distanze in modo distorto, si vedono distintamente le bolle di ossigeno scorrere verso i piedi. Concentrazione e coordinazione si sviluppano nel silenzio dell&#8217;azione.<br />
I nuotatori fanno i compiti a casa. Si preparano accuratamente e sono consapevoli che, trascurando di farlo, non possono riuscire nel loro intento. Programmano e calcolano i movimenti di tutto il corpo per vincere le resistenze dell&#8217;elemento nel quale si trovano.<br />
Tutto questo non dovrebbe accadere anche nell&#8217;attività professionale?<br />
Non conviene forse analizzare la situazione nella quale ci si troverà ad agire da soli o con gli altri?</p>
<p><strong>10. Tuffati. </strong><strong><br />
</strong>Ora che sei venuto a conoscenza di alcune dinamiche del nuoto, non ti resta altro da fare che tuffarti. Aristotele era solito dire: &#8220;Se vuoi diventare un bravo suonatore di cetra, comincia suonando la cetra&#8221;.<br />
Se vuoi metterti alla prova, nuota. Bracciata dopo bracciata senti l&#8217;acqua che ti circonda e il silenzio che ti sovrasta.<br />
Tirarsi indietro, non partecipare a quel gruppo di cui vorremmo far parte per timore di non essere all&#8217;altezza, darà adito solo ad un forte senso di frustrazione.<br />
Lavora sul tuo stile e cerca il modo migliore per reagire di fronte a quegli ostacoli che sai di incontrare e ancora di più di fronte a quelli che ancora non immagini.</p>
<p>Giusto per non trovarti, magari alla fine dell&#8217;anno, con l&#8217;acqua alla gola.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://metasmart.net/index.php/2009/02/20/con-lacqua-alla-gola-il-decalogo-del-buon-nuotatore/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
